regala Libri Acquaviva

regala Libri Acquaviva
CHARLES BUKOWSKI, Tubinga, MARC CHAGALL, Milano, ALDA MERINI, Grecia, Utopia, ROMANZI, Acquaviva delle Fonti, RACCONTI CONTADINI, America, POESIE, ERNST BLOCH, Sogni, Gatti Pazzi, Spinoza, FEDOR DOSTOEVSKIJ, ITALIA, New York, FEDERICO FELLINI, Poesie di Natale

giovedì 10 dicembre 2015

CRITICA ALLE POESIE di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo di Valerio Gaio Pedini





#Letteratura:Critica alle poesie di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo -di Valerio Gaio Pedini- ( con 2 poesie scelte da " Il cavaliere del secchio- poesie metropolitane")

D'Ambrosio ha edificato una filosofia poetica sul semplice. Un ignorante potrebbe affermare che l'ha fatto prima di lui Bukowski. Ma Bukowski non era un filosofo, ma un grottesco. Invece leggendo i racconti poetici di D'Ambrosio si può notare la filosofia del semplice.Prendiamo a caso una poesia e otterremo il semplice che fluisce nella narrazione, cose frugali, piccoli gesti e dell' ira. Da quì si capisce che D'Ambrosio è un poeta contadino, il miglior filosofo contadino vivente. Difatti Acquavivva è il ricordo della campagna : la beatitudine, la santità, Dio che scorre nelle vene, Dio che s'incontra nel frugale. Quindi D'Ambrosio è il semplice e Dio è la semplicità che scorre in noi. 
Cos'è la filosofia del semplice? Che categoria letteraria è?  è una categoria che pone la base sul semplice e lo illustra con immagini complesse. In Italia ce ne sono solo tre: Giuseppe D'Ambrosio, Siria Comite e Gianni Calamassi. E da lì rinasce tutto come fiori in primavera e decade come foglie in autunno. è l'inutile che diviene utile; è la poesia delle piccole cose che diviene immensità. 
E D'Ambrosio si inserisce in questi tre, in un' immensità d'immagini. 

2 poesie scelte di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo da
"Il cavaliere del secchio (poesie metropolitane)":





il gattone guercio


In questo orto di periferia
il Brigante gattone guercio
si lecca lento montando la guardia
sul confine indifeso della mia vita.
Le utopie d'India
mi confortano l'anima per prime,
mentre l'estate mi gratta piano
le mie dolci pene
come un'amante che si nasconde
per non esser cacciata via
e ancora si giace accanto...
Dirò la verità:
mi fa male la testa
per la tenebra che non riesco a scolarmi tutta
come questa bottiglia di birra,
ho dormito tutto il giorno
al lievere battere della pioggia
sui tetti dei cortili.
Brigante gattone guercio è tutto fradicio,
gocce lente 
gli colano dall' occhio morto
come lacrime improbabili 
eppure è là che non si lamenta,
è là a difendere il suo principato
dalle invasioni nemiche,
che a qualcuno approfittando del cattivo tempo
non gli capiti di pensare a qualche sortita
sui tesori
dei mucchi dei rifiuti,
a attentare alle gatte nascoste coi micini 
nel buio delle cantine abbandonate.
"Giuseppe,
mi dice qualcuno al telefono. 
Hai una voce così cupa. 
Che t'è successo?
Giuseppe, hai un tono così triste".
Nel cielo una nuvola nera
a forma d'elefante
attraversa le savane sterminate 
dei miei dubbi.
Delle mie inquietudini. 

Alla radio qualcuno canta allegro:
"mi fai stare bene,
meglio di così non son stato mai,
mai, MAI".
La notte avanza intanto
in forme di latrati lontani.
Molti sono al buio
che ascoltano...
e aspettano...



I pesci di Rodi

Ero nel porto affondato di Rodi
e vicino mi passò un delfino
e una nave romana fradicia
e l'occhio di un dio squartato.
Così mi fermai vicino a una colonna ionica
mi feci un cannone 
e mi misi a guardare i pesci.
Noi pure una volta fummo pesci
e in un certo senso lo siamo ancora.
Beviamo acqua 
e cielo
e colori affini.
Pattugliamo il mondo
e il mare è lo stesso,
quello che ci vede felici
friggere il prosciutto con le uova
sulla spiaggia.
Fumavo forte 
e scrivevo, 
ero un filosofo di Rodi
con mille libri da commentare
con mille libri da terminare. 
Guardai la massa d'acqua 
e sembrava una faccia semovente.
e il sole dipingeva una capanna di raggi
su di me
dicendomi che lui era il pesce più buono
e che tutti
erano figli suoi.
Io allora cominciai a nuotare lento
sul porto affondato
e i pesci mi vennero vicino
mi sfiorarono
mi passarono attorno
e così ero anch'io un pesce come loro.
Ma s'avvicinarono pure 
due pescecani
con due martelli enormi,
avevano un unico braccio
e potevano sfondarmi la testa
a loro comando 
e piacimento.
Io risalii
e loro pure
splendendo nel sole 
come scaglie d'argento vivo.
E poi riaffondai e scesi basso
e loro dietro,
indecisi sul da farsi.
Mi sfiorarono 
e con le bollicine
parlavano fra di loro,
come nei fumetti.
Io potevo sapere tutto
delle loro intenzioni, 
erano un quaderno aperto per me. 
Ne arrivarono altri due, 
ed erano quattro. 
Sentii la loro decisione: 
Quel pesce strano a quattro pinne 
potevano mangiarselo pure!
E io saettai fuori come un fulmine
e dal cielo cominciai a buttar loro
macigni antichi di Grecia.
Non me n'ero ancora andato in malora
a tal punto
da farmi fregare da quattro stupidi squali,
e me ne volai sui boschi di Rodi
vidi una ragazza
e volli spaventarla con i miei cani feroci
immaginari. 
"Scusi, signore,
non mi può spaventare così alla leggera",
disse lei. 
"Perchè mai? ", chiesi io. 
"aspetto un bambino", disse lei. 
"Ah! Scusi, 
sarà per un' altra volta", feci io
e mi sentii contento.  

"IL CAVALIERE DEL SECCHIO"
poesie metropolitane
di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
on Google Books:

mercoledì 9 dicembre 2015

PENSIERO DOSTOEVSKIJANO

PENSIERO DOSTOEVSKIJANO

ci sono uomini che hanno paura per tutta la vita
di entrare nel mondo,
anche un grappolo d'uva 
per loro rappresenta un problema insormontabile,
un cielo nuvoloso,
due pomodori,
un sasso,
tre uccelli in volo molto lontani.
la chitarra della vita suona la sua solita serenata
e gli uomini manco sanno cosa per davvero si portano nel cuore.
di là c'è un martello che batte sulla testa di Dostoevskij
e ci tira fuori un contadino servo del padrone
che sorride arando la terra,
parlando alla sua cavalla che fatica con lui
tirando piano l'aratro,
benedicendo tutte le cose che vede,
come se davvero tutto il mondo
fosse l'unico vero santo fratello.
GDA




a che t'è servito bagnarti nel fiume Giordano,
a che partecipare all'assedio di Gerico,
a che bere acqua per tutta le notte in attesa del caos del mattino?
la tua anima senza cravatta 
recita sempre lo stesso verso dell'abbandono,
arando un immenso campo di stupida ammirazione
raccogli sempre quel caco di rovina
che si spiaccica con dovuta precisione tra i tuoi piedi.
dove vorresti andare ora
con tutti i tuoi fiammiferi accesi e spenti inutilmente
nella notte lungo la strada?
ti rubano sempre
ti rubano tutto.
ti passano vicino e dicono:
ma chi è questo pazzo?
davvero si fida così ingenuamente degli uomini?
GDA

ORA LA VITA TI BATTE NEL CUORE, FURFANTE


ORA LA VITA TI BATTE NEL CUORE, FURFANTE

ora la vita ti batte nel cuore, furfante,
e splende il tuo arguto guardare,
con il cielo per chitarra,
e la porta di casa come il tempo del tradimento.
che dirti?
ti invidiano gocciolandoti addosso barattoli di vernice verde,
arsenico di amanti falliti,
crepe di anime di fraternità inacidita.
sopra la tavola ci sono risate stucchevoli di morti in abito della festa
tu tossisci
e racconti la storia del mondo,
ma anche se il sindaco ti cita in un suo alto comizio,
tu sei il solito nessuno
con la faccia della solita ridicola catastrofe.
GDA

IO DAVVERO VORREI PRENDERVI IN GIRO, RAGAZZI



IO DAVVERO VORREI PRENDERVI IN GIRO, RAGAZZI

io davvero vorrei prendervi in giro, ragazzi,
e raccontarvi di una verità che non esiste
e di un banchetto di pranzo umano
e non preparato da bestie per sbafarsi la coscia del morto arrosto.
un vino fatto di veleno silenzioso,
di latrocinio vario cucinato su ali di angeli
come ogni brava bestia deve fare.
un pranzo di ossa abbandonate.
se il demonio ti dice che vuole farti del bene
proprio in quel momento devi temerlo maggiormente.
povertà, fame, morte,
i pallidi spettri salgono verso il loro falso paradiso
scalando torri vere del basso impero dell'inferno.
GDA

IL CONFINE poesia di giuseppe d'ambrosio angelillo


IL CONFINE

guardami, dice il confine,
da me crescono erbe maligne, cuori di ferro,
ginocchi di rame,
per me le teste devono per forza cozzarsi a sangue tra di loro,
queste teste di argilla piene soltanto degli stessi soliti ululati,
qui da me anche la luce ha le corna del diavolo,
anche la notte ha il suo spirito nero
all'assalto del suo ultimo bacio di acciaio.
io, è vero, da secoli ho firmato il trattato di pace,
ma per me la pace non è altro che un cervello d'aceto
gonfio perso di vendette e ritorsioni.
un pollo gonfio in cerca della sua statua di marmo al cimitero,
mani ghiacciate in una filosofia di luna calante.
tutta la terra è appesa a queste linee di carta,
dove la sapienza pure abbaia legata al suo collare di cagna venduta,
guardami, dice il confine,
come me ne sto così bene tra tutti questi delitti in ebollizione,
la morte è un cuoco pazzo che gli piace un casino
cucinare l'umanità nella sua stessa follia di latta rovente.
GDA

martedì 8 dicembre 2015

Castello Normanno di Acquaviva delle Fonti

LA FONDAZIONE DI ACQUAVIVA

fu il castello che fondò il paese a mezzanotte dell'anno 1000,
con speranze, cieli e pietre in abbondanza,
erano Normanni,
con spade in mano
e garofani negli occhi,
un libro di storia in movimento,
un coro di mani a costruire con voci di guerrieri,
uno stormo di sogni sulle nuvole candide,
la vita nel cielo,
l'acqua sotto la terra.
i fuochi degli accampamenti tra le stelle.
GDA