cari figli miei.
sempre così poveri,
poveri come me.
ma come ce la facciamo?
con un sorriso,
un bacio sulle mani,
una carezza data sempre
con così tanta naturalezza.
tutte quelle risate
che fanno pure piangere,
ma che fanno pure
così tanto ridere.
la vita è cara sempre, amici,
non si può mai, manco per sbaglio,
non ascoltare la sua dolce voce
che ci saluta subito
appena svegli la mattina.
poveri poveri
non si è mai del tutto,
cari figli miei...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
giovedì 15 settembre 2016
e bravo Federico!
sei nato alla chetichella
senza farlo sapere a nessuno,
come di solito fanno le persone intelligenti.
da domani le bollette,
i dazi e i resoconti
diventeranno più pesanti
per tuo padre e tua madre,
ma per il resto come diventerà tutto
più leggero
con le tue ali di angelo
che li faranno volare così alto
nei cieli chiari
di tutti i loro pensieri per te.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
sei nato alla chetichella
senza farlo sapere a nessuno,
come di solito fanno le persone intelligenti.
da domani le bollette,
i dazi e i resoconti
diventeranno più pesanti
per tuo padre e tua madre,
ma per il resto come diventerà tutto
più leggero
con le tue ali di angelo
che li faranno volare così alto
nei cieli chiari
di tutti i loro pensieri per te.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
(a Federico, figlio di Giuseppe,
primo nipote di Vito Petrelli, dell'Edicola vicino il Bar del Polacco...
Auguri! Auguri!...Auguri a tutti voi!...)
primo nipote di Vito Petrelli, dell'Edicola vicino il Bar del Polacco...
Auguri! Auguri!...Auguri a tutti voi!...)
in certi palazzi superiori bisogna consegnare l'anima all'entrata,
lasciarla all'usciere come un cappello ingombrante,
bisogna togliersela dalla tasca
come un amuleto importuno,
consegnarla al guardaroba
come un cappottone incomodo,
è che c'è bisogno di essere amorfi,
piattamente fatalisti, preferibilmente zitti,
senza sentimenti, quasi morti,
come un libro non scritto
che proprio per questo non interessa nessuno,
ma gli uomini ne hanno scritti di libri,
da qui fino alla luna e ritorno,
perfino Dio ne ha scritto uno bello grosso.
anche il nostro sguardo è un libro aperto lunghissimo...
da dove, dai nostri bassifondi più inferiori,
fa sempre e comunque capolino la nostra anima,
così debole, così squinternata, così oscuramente determinata...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
lasciarla all'usciere come un cappello ingombrante,
bisogna togliersela dalla tasca
come un amuleto importuno,
consegnarla al guardaroba
come un cappottone incomodo,
è che c'è bisogno di essere amorfi,
piattamente fatalisti, preferibilmente zitti,
senza sentimenti, quasi morti,
come un libro non scritto
che proprio per questo non interessa nessuno,
ma gli uomini ne hanno scritti di libri,
da qui fino alla luna e ritorno,
perfino Dio ne ha scritto uno bello grosso.
anche il nostro sguardo è un libro aperto lunghissimo...
da dove, dai nostri bassifondi più inferiori,
fa sempre e comunque capolino la nostra anima,
così debole, così squinternata, così oscuramente determinata...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
martedì 13 settembre 2016
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo STRACCIONI raccontino ACQUAVIVA
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
STRACCIONI
raccontino
ACQUAVIVA, 2016
Facevo parte di una vera folla di straccioni che stazionava in una piazza enorme di querce davanti alla stazione ferroviaria di una grande città.
Si mettevano delle grosse bottiglie di birra sopra i tetti dei numerosi chioschi delle edicole della piazza e poi a turno si andava a bere.
C'erano anche delle gran tavole dove c'erano numerose scatole di fagioli lessati e anche lì si andava a mangiare.
I nostri abiti erano lerci e laceri, si puzzava tutti un po' di odori nauseanti e insopportabili.
Si parlava tutti del più e del meno offendendoci a vicenda il più pesantemente possibile.
Si bighellonava per la piazza di qui e di là, non facendo assolutamente niente ma dandoci arie come se fossimo le persone più importanti della città.
Molte volte ci atteggiavamo a rivoluzionari e gran ribelli internazionali, certe volte a laidi reazionari e retrogradi.
Il più delle volte semplicemente non capivamo niente di tutte le questioni, visto il degrado assoluto di tutte le nostre condizioni esistenziali.
C'erano nella stessa piazza parecchi sbirri che ci venivano a controllare caso mai tra noi si nascondeva un gran ladrone matricolato che usava l'espediente di vivere per strada per il semplice motivo di sfuggire alla giustizia.
In verità vivevamo un po' tutti nei nostri cappottoni pesanti e luridi e lì menavamo la nostra esistenza nel luridume e nell'accattonaggio più becero.
Una volta venne da me uno di loro e mi disse:
"Vai al tetto di quel chiosco, c'è una birretta di vetro bevuta a metà, prendila, fai finta di bere e lanciala in mezzo alla folla, cerca di prendere qualche testa e di spaccarla".
Io feci quel che mi disse, non potevo far la figura del vigliacco, nessuno l'avrebbe tollerato e mi avrebbero emarginato di brutto, cosa che d'altronde facevano già, perché per oscuri motivi mi malsopportavano, pensando forse che non ero dei loro fino in fondo.
Andai al tetto del chiosco e trovai la bottiglietta di birra mezza bevuta e con fare guardingo la presi. Feci finta di assaggiarne il contenuto, sapeva di gazzosa dolce vomitevole, e aspettai il momento buono di gettarla sulla testa della folla. Mi accorsi che due poliziotti mi osservavano da lontano, avendo intuito che stavo per commettere qualcosa di losco dal mio atteggiamento cialtronesco e circospetto.
Tentennai nel mio gesto.
Ma uno di loro si avvicinò e mi apostrofò:
"Ehi bamba, e allora? La lanci o no la bottiglietta?"
Era gente molto cattiva, se non avessi ubbidito me l'avrebbe fatta pagare atrocemente.
Allora mi cercai un nascondiglio dietro una macchia di querce e quando fui sicuro che nessuno mi avrebbe visto nel mio gesto di teppista, lanciai la bottiglietta proprio dove ero sicuro che non avrei colpito nessuno della folla di passanti che senza posa attraversavano la piazza.
La bottiglia s'infranse in uno spiazzo deserto e nessuno si accorse della mia furbizia.
Solo un rockettaro decaduto e fallito mi venne a dire:
"Ehi, fai il furbino eh?"
Allora andai a sedermi davanti a una tavola di fagioli, piena di scatole aperte e mezze mangiate.
Me ne stetti là per un lungo tempo, facendo finta di voler mangiare.
Gli straccioni passeggiavano attorno a me in maniera indolente e stanca, continuando a offendersi a morte tra di loro. Andando avanti e indietro senza meta.
Allora io presi una scatola con un fondo di fagioli che facevano schifo a vedersi, dopo un po', sempre con la scatola tra le mani, me ne andai tra di loro, che andavano tra i chioschi a comprarsi per pochi nichelini bottiglie di birra di tutte le dimensioni.
Con fare indifferente andai via dalla piazza, prendendo i fagioli con le mani e buttandoli per strada.
Andai a finire davanti a una fila di studenti che facevano ressa davanti a una porta dell'Università ciarlando e facendo parecchio disordine.
Facevano la fila per fare domanda di dottorato perché volevano diventare tutti professori emeriti nell'Ateneo.
Io mi feci largo in mezzo a loro dicendo:
"Devo consegnare la mia ricerca di dottorato! Si intitola: 'L'Occhio', aspetti filosofici e scientifici".
Stranamente mi credettero nonostante il mio aspetto indecoroso e ladronesco.
Entrai e mi intrufolai nell'Università.
Notai subito della camera a forma di vasca, gigantesca, piena zeppa di libri, impilati a occupare tutto lo spazio possibile e immaginabile. Si potevano notare solo le copertine dei libri di superficie, poi dei libri sottostanti non si poteva notare null'altro.
Una vasca enorme era tutta piena di libri di critica letteraria di letteratura inglese.
Un tizio diceva:
"Non vanno di moda sempre gli stessi libri. Ma un po' uno, un po' l'altro. A caso. Non si possono per niente fare previsioni. Ora va alla grande Tennyson, ora Boswell... Non si possono fare assolutamente previsioni... Tutto dipende dal caso e dal destino... Quindi tutto quello che posso fare è augurarvi buona fortuna a tutti voi..."
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
da "LA BOTTEGA DELLA FAME", racconti inediti
STRACCIONI
raccontino
ACQUAVIVA, 2016
Facevo parte di una vera folla di straccioni che stazionava in una piazza enorme di querce davanti alla stazione ferroviaria di una grande città.
Si mettevano delle grosse bottiglie di birra sopra i tetti dei numerosi chioschi delle edicole della piazza e poi a turno si andava a bere.
C'erano anche delle gran tavole dove c'erano numerose scatole di fagioli lessati e anche lì si andava a mangiare.
I nostri abiti erano lerci e laceri, si puzzava tutti un po' di odori nauseanti e insopportabili.
Si parlava tutti del più e del meno offendendoci a vicenda il più pesantemente possibile.
Si bighellonava per la piazza di qui e di là, non facendo assolutamente niente ma dandoci arie come se fossimo le persone più importanti della città.
Molte volte ci atteggiavamo a rivoluzionari e gran ribelli internazionali, certe volte a laidi reazionari e retrogradi.
Il più delle volte semplicemente non capivamo niente di tutte le questioni, visto il degrado assoluto di tutte le nostre condizioni esistenziali.
C'erano nella stessa piazza parecchi sbirri che ci venivano a controllare caso mai tra noi si nascondeva un gran ladrone matricolato che usava l'espediente di vivere per strada per il semplice motivo di sfuggire alla giustizia.
In verità vivevamo un po' tutti nei nostri cappottoni pesanti e luridi e lì menavamo la nostra esistenza nel luridume e nell'accattonaggio più becero.
Una volta venne da me uno di loro e mi disse:
"Vai al tetto di quel chiosco, c'è una birretta di vetro bevuta a metà, prendila, fai finta di bere e lanciala in mezzo alla folla, cerca di prendere qualche testa e di spaccarla".
Io feci quel che mi disse, non potevo far la figura del vigliacco, nessuno l'avrebbe tollerato e mi avrebbero emarginato di brutto, cosa che d'altronde facevano già, perché per oscuri motivi mi malsopportavano, pensando forse che non ero dei loro fino in fondo.
Andai al tetto del chiosco e trovai la bottiglietta di birra mezza bevuta e con fare guardingo la presi. Feci finta di assaggiarne il contenuto, sapeva di gazzosa dolce vomitevole, e aspettai il momento buono di gettarla sulla testa della folla. Mi accorsi che due poliziotti mi osservavano da lontano, avendo intuito che stavo per commettere qualcosa di losco dal mio atteggiamento cialtronesco e circospetto.
Tentennai nel mio gesto.
Ma uno di loro si avvicinò e mi apostrofò:
"Ehi bamba, e allora? La lanci o no la bottiglietta?"
Era gente molto cattiva, se non avessi ubbidito me l'avrebbe fatta pagare atrocemente.
Allora mi cercai un nascondiglio dietro una macchia di querce e quando fui sicuro che nessuno mi avrebbe visto nel mio gesto di teppista, lanciai la bottiglietta proprio dove ero sicuro che non avrei colpito nessuno della folla di passanti che senza posa attraversavano la piazza.
La bottiglia s'infranse in uno spiazzo deserto e nessuno si accorse della mia furbizia.
Solo un rockettaro decaduto e fallito mi venne a dire:
"Ehi, fai il furbino eh?"
Allora andai a sedermi davanti a una tavola di fagioli, piena di scatole aperte e mezze mangiate.
Me ne stetti là per un lungo tempo, facendo finta di voler mangiare.
Gli straccioni passeggiavano attorno a me in maniera indolente e stanca, continuando a offendersi a morte tra di loro. Andando avanti e indietro senza meta.
Allora io presi una scatola con un fondo di fagioli che facevano schifo a vedersi, dopo un po', sempre con la scatola tra le mani, me ne andai tra di loro, che andavano tra i chioschi a comprarsi per pochi nichelini bottiglie di birra di tutte le dimensioni.
Con fare indifferente andai via dalla piazza, prendendo i fagioli con le mani e buttandoli per strada.
Andai a finire davanti a una fila di studenti che facevano ressa davanti a una porta dell'Università ciarlando e facendo parecchio disordine.
Facevano la fila per fare domanda di dottorato perché volevano diventare tutti professori emeriti nell'Ateneo.
Io mi feci largo in mezzo a loro dicendo:
"Devo consegnare la mia ricerca di dottorato! Si intitola: 'L'Occhio', aspetti filosofici e scientifici".
Stranamente mi credettero nonostante il mio aspetto indecoroso e ladronesco.
Entrai e mi intrufolai nell'Università.
Notai subito della camera a forma di vasca, gigantesca, piena zeppa di libri, impilati a occupare tutto lo spazio possibile e immaginabile. Si potevano notare solo le copertine dei libri di superficie, poi dei libri sottostanti non si poteva notare null'altro.
Una vasca enorme era tutta piena di libri di critica letteraria di letteratura inglese.
Un tizio diceva:
"Non vanno di moda sempre gli stessi libri. Ma un po' uno, un po' l'altro. A caso. Non si possono per niente fare previsioni. Ora va alla grande Tennyson, ora Boswell... Non si possono fare assolutamente previsioni... Tutto dipende dal caso e dal destino... Quindi tutto quello che posso fare è augurarvi buona fortuna a tutti voi..."
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
da "LA BOTTEGA DELLA FAME", racconti inediti
sabato 10 settembre 2016
cari figli miei,
sempre così poveri,
poveri come me.
ma come ce la facciamo?
con un sorriso,
un bacio sulle mani,
una carezza data sempre
con così tanta naturalezza.
tutte quelle risate
che fanno pure piangere,
ma che fanno pure
così tanto ridere.
la vita è cara sempre, amici,
non si può mai, manco per sbaglio,
non ascoltare la sua dolce voce
che ci saluta subito
appena svegli la mattina.
poveri, poveri
non si è mai del tutto,
cari figli miei...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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