un cuore libero
io ormai passato di moda,
come una lampadina fulminata sul marciapiede,
scartata a prescindere da ogni narcisismo dominante,
buttata via da ogni luminaria di tutti i tempi,
io narratore e avventuriero
che crede negli argini impossibili dell'amore,
che carezza le favole e i tormenti,
che scrive la speranza di un meglio
che si spezza sempre ancor prima di svoltare l'angolo,
enorme rospo, che fa ridere le signore ricche di passaggio,
e racconta anche ai santi sulle guglie della propria solitudine,
buono e idiota, asino prodigo,
con la sua vela stracciata di nulla,
a inseguire per tutti i mari la sua Moby Dick
che non è mai esistita,
io che voglio sempre essere io: un cuore libero.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
lunedì 28 dicembre 2015
domenica 20 dicembre 2015
DA UNA TRINCEA DI PERIFERIA
DA UNA TRINCEA DI PERIFERIA
con la febbre addosso
e la tosse nel cuore
bevo the e mangio arance,
i cartoni animati da qualche parte
ad andare avanti senza di me a Piazza del Duomo.
io sono quello che la gente piace guardare
al bordo della musica venuta su alla buona,
vendessi almeno un centimetro della mia fronte
alla loro scassata fortuna,
si svegliassero almeno loro abbassando di una tacca soltanto
il volume del loro citofono lasciato acceso.
abbiamo tutti una età così diversa
che davvero è difficile farsi notare l'uno con l'altro
se non per le scarpe rosse
un chiodo nella guancia
o i capelli colorati di verde.
ci teniamo così tanto a farci notare l'uno con l'altro
anche se non abbiamo proprio niente da dirci l'uno con l'altro.
l'è proprio una brutta rogna la povertà
quando nemmeno lo sguardo capiamo dell'altro
né la pena vogliamo condividere.
adesso tocca a me
svernare la febbre del freddo
accanto al termosifone del comune
e recitare al bene almeno una preghiera.
di sotto sparano i primi petardi di Natale
a via Palmieri
e la gioia dei ragazzi dà così fastidio al vicinato
che qualcuno chiama nientemeno la polizia.
adesso tocca ai ragazzi
tirare botti dietro ai carrellini della spesa
e lanciare barattoli vuoti
alle finestre chiuse.
sono maleducati dicono,
ma nel nostro paese
si vendono trattori ai delinquenti stranieri,
gli vendiamo il vino migliore a tutto il mondo pure.
ci teniamo così tanto all'allegria estera piuttosto che alla nostra,
noi ci siamo dimenticati però
chi è il padrone della bottega dei desideri
e la direzione della buona fortuna
la cerchiamo solo nell'oroscopo di giornata.
un giorno tutto questo sarà storia
che non avrà voglia di leggere nessuno.
per adesso c'è solo un grande silenzio con qualche botto,
per fortuna c'è una banda di ragazzi
che si burla di tutti
e scherza tra le luci di Natale.
io con un grosso maglione
buttato sulle spalle
tossisco
e sorrido di me stesso
che mi credo chissà chi.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
RITRATTO DI TRE INDECISI
RITRATTO DI TRE INDECISI
tu sei un bocconiano
e anche la tua tipa è scientifica,
il tuo amico invece
non si induce in tentazione,
siete proprio un bel trittico da monte Olimpo,
ma avete lo sguardo tumefatto
e anche i sospiri lasciano un po' a desiderare.
capite tutto di spalle,
quando l'amore è passato
e nel frattempo il fiore
rimane rinserrato.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
FORSE
FORSE
forse il mio fumo costava troppo
per il tuo pezzo di velo volante
che ti vestiva così bene,
facendoti sembrare una regina così bella,
da farti padrona di tutti gli zuccheri d'amore.
ma io sono un poeta molto magro,
non ce la faccio a essere capitano
di questi navigli di ragazzi viziati,
sono di un'altra era,
di un'altra repubblica.
se fossi profeta
mi scriverei la mia bibbia personale
per salpare come pescatore di frodo
di tutte le ragazze del viale del Duomo,
ma sono sconveniente anche come poeta,
e allora mi incasso gli applausi per niente
e canta la mia giubba di marinaio semplice,
e ascolto le voci incomprensibili dei disperati
e ci corro dietro perché anch'io sono uno di loro.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
PUPAZZI
![]() |
| Giuseppe D'Ambrosio a piazza Diaz, Milano febbraio 2015 |
PUPAZZI
un pupazzo per darmi un tono
un pupazzo per lavarmi la faccia
un pupazzo che mi sia parente stretto,
e l'almanacco delle facce sperdute
per continuare a inseguire
il mio destino bislacco.
anch'io sono affascinato da me stesso.
dal circo vivo del mio lavoro.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
lunedì 14 dicembre 2015
NATALE AD ACQUAVIVA poesia di giuseppe d'ambrosio angelillo
NATALE AD ACQUAVIVA
Rallenta il treno, dopo la larga curva,
arrivando da Sannicandro,
ed eccolo lì all'improvviso il mio caro paese di contadini,
fitto di campanili e antiche mura.
E' adagiato su una lieve collina,
ti abbraccia subito con la sua calda natura.
Acquaviva. E' pure la vigilia di Natale.
Come ricordano tutto i miei molteplici pensieri.
E' sempre lì la stessa campagna,
gli ulivi, le vigne, i mandorleti spogli, gli orti verdissimi.
Son sempre lì le stesse facce, i cari anni,
le scuole, i compagni sempre allegri,
i campi dalle zolle nere,
i contadini sempre a faticare tra le terre e gli alberi.
E' freddo, c'è un'aria di neve che chissà da dove viene.
E' anche qui nei paraggi Gesù Bambino
che vuole aprire il suo Paradiso a tutti gli uomini fratelli.
Di notte qui il cielo stellato è così polveroso di mondi
che la terra quasi la santifica.
Gli angeli poveri vestiti solo di magnifiche ali bianche,
che bussano alle finestre
a annunciare la neve per la mezzanotte benedetta.
Volteggiano piano i ricordi innumerevoli,
le strade e le stradine spoglie,
le povere porte del paese vecchio,
Vive sempre così il paese,
nella sua cappa di cristallo multicolore,
un po' grigio, un po' verde, un po' bianchissimo.
La sua storia calda come il camino
nelle case ghiacciate dei contadini.
Un paese che è sempre un ragazzo,
un po' monello, un po' ingenuo,
un po' credulone a tutte le razze di favole,
come al solito.
Così bello nell'anima di tutti i paesani spersi
per il mondo
che lo amano così forte, così profondamente.
Passarono di qui una volta
anche gli antichi guerrieri Spartani, a fondare un loro avamposto,
i coraggiosi Normanni,
i Francesi rivoluzionari.
Sono antichissime le nostre contrade, e fierissime
e orgogliose di se stesse.
E' di queste parti pure Pinocchio,
che dice bugie e gli cresce il naso,
ma solo per credere meglio alla sua bellissima fata turchina.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
Rallenta il treno, dopo la larga curva,
arrivando da Sannicandro,
ed eccolo lì all'improvviso il mio caro paese di contadini,
fitto di campanili e antiche mura.
E' adagiato su una lieve collina,
ti abbraccia subito con la sua calda natura.
Acquaviva. E' pure la vigilia di Natale.
Come ricordano tutto i miei molteplici pensieri.
E' sempre lì la stessa campagna,
gli ulivi, le vigne, i mandorleti spogli, gli orti verdissimi.
Son sempre lì le stesse facce, i cari anni,
le scuole, i compagni sempre allegri,
i campi dalle zolle nere,
i contadini sempre a faticare tra le terre e gli alberi.
E' freddo, c'è un'aria di neve che chissà da dove viene.
E' anche qui nei paraggi Gesù Bambino
che vuole aprire il suo Paradiso a tutti gli uomini fratelli.
Di notte qui il cielo stellato è così polveroso di mondi
che la terra quasi la santifica.
Gli angeli poveri vestiti solo di magnifiche ali bianche,
che bussano alle finestre
a annunciare la neve per la mezzanotte benedetta.
Volteggiano piano i ricordi innumerevoli,
le strade e le stradine spoglie,
le povere porte del paese vecchio,
Vive sempre così il paese,
nella sua cappa di cristallo multicolore,
un po' grigio, un po' verde, un po' bianchissimo.
La sua storia calda come il camino
nelle case ghiacciate dei contadini.
Un paese che è sempre un ragazzo,
un po' monello, un po' ingenuo,
un po' credulone a tutte le razze di favole,
come al solito.
Così bello nell'anima di tutti i paesani spersi
per il mondo
che lo amano così forte, così profondamente.
Passarono di qui una volta
anche gli antichi guerrieri Spartani, a fondare un loro avamposto,
i coraggiosi Normanni,
i Francesi rivoluzionari.
Sono antichissime le nostre contrade, e fierissime
e orgogliose di se stesse.
E' di queste parti pure Pinocchio,
che dice bugie e gli cresce il naso,
ma solo per credere meglio alla sua bellissima fata turchina.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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