regala Libri Acquaviva

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mercoledì 9 luglio 2014



    UN ELEGANTE CAPPOTTO TEDESCO AL BRASILE
(Una semifinale da rivedere 7 + 1 volte).


    7 a 1 e cappotto, chinotto e controfagotto. Il grande Brasile s'è scoperto d'un tratto squadra di periferia di una città qualunque del mondo. Da battere facilmente anche in 5 contro 5. L'ordine del Brasile è una costellazione che nessuno conosce, manco loro stessi. E si vede. Amano di più il disordine e andare in piazza a comprare  il pesce per qualche bella signorina. Il Dio Pallone s'è sentito male ed è andato in farmacia pure lui a prendersi un'aspirina.  Il disordine è per destino la condizione del povero. Del resto poi se non c'è l'allegria tanto vale andare al ristorante a vedere i tedeschi farsi un'abbuffata di alici fritte e calamari bolliti.
    Il Brasile semplicemente ieri notte non ha dormito e non ha mangiato nemmeno un panino, hanno fatto casino e trincato birra a tutto camino.
    I poveri d'altronde hanno i problemi loro e il loro progresso è tutto lì: a rovesciarsi il caffè addosso se la partita comincia male e continua peggio.
    "Ma è il Brasile quello lì?", mi ha chiesto mio figlio.
    "Sì, ma sembra che stanotte abbiano fatto baldoria e ora abbiano voglia solo di dormire", ho detto io.
    "Papà, credo che tu abbia proprio ragione", ha risposto lui.
    Rideranno per secoli i Tedeschi per questo 7 a 1. E con loro credo pure gli argentini, i cileni, i messicani, i colombiani, gli italiani.  Gli esquimesi. Pure i giapponesi e i cinesi, credo. Insomma tutti.
    La palla è tonda e 5 stelle, e manco 10, faranno mai il firmamento.
    Lowe ha fatto un buon vino del Reno quest'anno. Uno dei migliori di sempre, credo. I Brasiliani si sono ubriacati di brutto. Ce ne metteranno che ce ne metteranno per smaltire una sbronza così micidiale.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014

on www.books.google.com 

sabato 5 luglio 2014

LA RELIGIONE DEL CALCIO


    LA RELIGIONE DEL CALCIO 

    Il calcio è una religione. Una mistica. Una teologia. Che significa tutto ciò? La squadra in Brasile se ne va in giro come un pullman pieno di santi non di calciatori. I poveri ragionano come bambini ed è la Nazione il pifferaio magico che li recluta al nuovo credo.
    In che credere se non hai niente in tasca? Il pallone intanto non costa niente e ti fa sperare in qualcosa gratis. Ma in cosa? Di essere il primo del mondo anche quando in verità sei l'ultimo.
    I vecchi e i ricconi non tifano per nessuna squadra. Ormai son pieni di sè, passano il tempo forse, ma non credono.
    Ma Dio esiste comunque.
    E anche se non c'è nulla si continua lo stesso a sperare nella vita. Nell'allegria, in una felicità per cui possiamo pure non pagare niente. Che c'è da perdere? Niente. Tanto il Brasile vince. E' una fede. E' Dio. E i giocatori sono i suoi sacerdoti.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014

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venerdì 4 luglio 2014

BRASILE - ACQUAVIVA (Una finale sognata del Mondiale 2014)







BRASILE - ACQUAVIVA
(Una finale sognata del Mondiale 2014)

    Siamo al campionato del mondo di calcio in Brasile. E la finale è Brasile - Acquaviva. Non l'Italia, l'Italia è stata eliminata dai pescatori del Costa Rica e dagli assaggiatori di carne umana dell'Uruguay. No, è proprio l'Acquaviva. La squadra di calcio del mio paese di buzzurri. Minchia!
    Ho coltivato lettere e piantato libri in tutti i campi della mia campagna e allora m'è venuta questa fantasia ai confini esatti delle Mille e una Notte.
    Spero che non sospettiate che io sia un contadino di pensamenti piùcchè sballati o allucinogeni, io allevo solo i tacchini di qualche mia fantasmagoria speciale. Amare la vita ti dà una chiarezza che non hanno molti, solo che qualche volta confondi le uova con le promesse di matrimonio.
    Inopportunamente forse m'ha fatto visita questa confusione. Dopotutto chi può negare che la stessa realtà, così precisa e definita, non sia essa stessa molto confusa.
    Squadre allineate in campo.
    L'Acquaviva in maglia rosso blu, i colori della rivoluzione francese, il Brasile nella solita gabbana giallo-oro, i colori dell'allegria dei poveri.
    Vinca il migliore, cioè l'Acquaviva.
     E' difficile essere romanzieri e non sproloquiare. Si parla a proposito e a sproposito, e l'importante è sempre e comunque sognare.
    Vinca il migliore, cioè l'Acquaviva. L'ho già detto ma mi piace questa formula magica.
    L'Acquaviva è un piccolo paese di contadini del Sud Italia, terra di vino nero, olio d'oliva tosto, cipolle rosse, ceci neri e libri vivi. Il Brasile è un continente americano grosso come un pianeta, terra di cacao, caffè, romanzi acuti come piramidi e soprattutto allegria, sia di mare che di montagna.
    Mi conviene appoggiarmi a qualche stipite se no svengo, comunque la televisione è accesa e io non la spengo mica.
    Una mia carta parlante dice:
     "Ma che minchia! Ma sei diventato matto? Come fa il Brasile a giocare con l'Acquaviva? In una finale di un mondiale poi! Ma fatti curare! Fatti ricoverare, citrullo!"
    "Rispetto per la letteratura futurista e la sua incontrollabile fantasia, minchione!  A te e all'anonimo cretino che t'ha scritto", dico io e per darmi un tono mi bevo una birra Peroni etichetta rossa, quella dei triviali e zamarri alla buona come me, mica quella buona, beveraggio tipico dei radical-chic, miei acerrimi nemici.
    Tutti che pensano che la fantasia sia una follia, e non sospettano minimamente che è invece un grande atto di libertà. Ah, dimenticavo, c'è pure gente che passa tutta la sua vita senza avere mai fame di libertà, figuriamoci dei sogni felici.
    Dicevo: squadra dell'Acquaviva: Tabacco, portiere, Giom-Giom, terzino sinistro, 'Ngul, terzino destro, Matita, stopper, 'Bvim, libero, Muble-Muble, mediano, Mucangiò, mediano di spinta, Emoh?, mediano d'incontro, Agguann, ala sinistra, Cipoddaross, ala destra, Maccarone, centravanti. Riserva unica: Abboccatore. Allenatore: u Maskarone.
    Brasile: Nècarnenèpesce, detto Neymar, uomo squadra, giocatore unico multiruolo, come un caccia a reazione. Nessuna riserva perchè non ce n'è bisogno. Allenatore: Scolari, non si sa però di quale scuola, si sa solo che non s'è mai diplomato.
    Fischio d'inizio e tutti a correre come matti dietro al pallone, dietro a che se no? Le belle ragazze stanno tutte in tribuna per adesso, poi non si sa.
    Neymar ha tutto il Brasile sulle sue spalle e segna a raffica, con un tiro fa 4 gol di fila.
    Stadio del Machebaccalà tutto in visibilio.
    Maccarone intanto prima coglie una traversa e poi con un tiro a mitraglia fa pure lui 4 gol in un colpo solo.
    4 a 4 e palla al centro.
     Al Bar del Polacco tutti gli acquavitani a vedere la televisione urlano al cielo la loro gioia.
    E' difficile stabilire come è finita la partita perchè mi son svegliato e il sogno s'è dissolto.
    Però, minchia, l'Acquaviva era là con il Brasile che si stava giocando la finale del campionato del mondo di calcio.
    Ma con l'anima davvero in sospeso mi ricordo che Scolari sudava freddo e che Maccarone avanzava sicuro col pallone con il suo tiro a mitraglia a bandolero.
    Neymar era in porta che si stava ossigenando verde-oro tutti i capelli.
    Tutto lo stadio del Machebaccalà e tutti i paesani nel Bar del Polacco, ma proprio tutti erano con il fiato fermo in gola.
    Minchia, uagliò, che finale!
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014

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domenica 22 giugno 2014

LA COSTA RICA E LOS ITALIANOS (Sulla partita Costa Rica - Italia) 20 giugno 2014


LA COSTA RICA E LOS ITALIANOS
(Sulla partita Costa Rica-Italia)

   Custa  Rica, Custa  Rica. E’ rica la Custa Rica. Siamo noi i miserabili. Los Italianos. Faccia da randellati, nasoni da ubriachi, farfalline da collezione, topini di strada di città vecchie mai rimesse a nuovo da secoli a secoli.
   Contro mostri sacri del calibro di Borges e Bolano’s cosa s’è opposto? Un panettone Motta, un’insegna di bar chiuso, un birlo a rotazione libera, un puffone convalescente, un maestro chielli senza banda.
   Contro i mausolei della Indie Occidentali dove si trova oro a smuovere qualsiasi zolla cosa si è parato davanti? Un piccione azzoppato, un cassone sfondato, un bicchieruccio sbeccato.
   Eppure Cristoforo Colombo era lì al largo con le sue 50 caravelle vuote. La grande letteratura non è acqua, le stelle migratore neppure. I portoghesi pagano a sera come  gli scrocconi,  a rate, se non sono rimasti soddisfatti.
   In America Latina ormai hanno imparato a giocare a pallone anche i sassi. C’è poco da stare allegri per noi europei. L’Europa qui è un ghirigori dialettico, si capisce poco tranne l’euro, che come tassa internazionale è grassa, cinica e pure stonata a cantare la grande lirica italiana.
   Los Italianos, morti di sonno forse non avranno dormito la notte a passeggiare con le cameriere, le badanti e i lustrascarpe. Chi può fugge al mare, sulla spiaggia, a perdersi tra i turisti. Chi non può stringe i denti e si dia all’arma bianca, nel futuro contro altri premi Nobel del pallone.
   Qui in America Latina prima viene il cuore e il suo valore, poi il petto e la sua forza, poi lo spirito e la sua lotta, e solo alla fine, dopo altre 57 stazioni, il fisico con il suo fiato. La tattica e la strategia ce l’hanno ormai anche la squadra dei faraoni imbalsamati dell’antico Egitto.   
   Commercio ce n’è  da fare poco a queste botteghe dei miracoli. Il sale è al tabacchino e gli ebrei in sinagoga. Chi ha fortuna la regali pure al compagno. Altrimenti velieri per Singapore  ne partono a tutte le ore. Il piccione se ne diventi falco, il mozzo capitano, altrimenti qui in Brasile si perde pure a briscola, a tre-sette e a settebello.
   La storia viaggia per tutto il mondo a ogni minuto, ci siamo fatti ridere dietro dai pinguini al Polo Sud e dai salmoni in viaggio controcorrente in Alaska. Los Italianos, i campioni congelati, come i merluzzi del’Oceano Pacifico sui pescherecci giapponesi, come i cubetti di ghiaccio nei martini a NewYork, come la fusoliera di un dirigibile caduto sulla calotta polare. La scoperta  del tempo e del suo inesorabile scorrere ha una formula semplice che risale a Omero, i vecchi non son buoni per le battaglie, al massimo possono fare gli indovini ciechi.
   Anche in America del Nord, nelle piantagioni di cotone, hanno cambiato canale e messo su un vero blues.
   “Italians?”
   “Oh, no! Kissi sò nu puchill sckattabott”.
   “Mamma mia!”
   “Kissi hannu sbagliatu u camp dell’oratorio”.
   “Mocca all’anema loro. Cu tutt i tirrisi ca tenenu”.
   Il tempo è spietato con tutti, specialmente con noi italiani ultimamente. I vecchi son ricchi e i giovani disoccupati. Son mille volte meglio le arance che se son marce, almeno te le buttano in faccia, e mica te le mandano a giocare a pallone contro certi maestri della letteratura internazionale.
   Il tempo è il tempo soprattutto qui in America Latina. La gioventù corre miliardi di volte più del santo  conservato nella cripta. A ognuno la rosa sua ma se quella ha perso i petali suoi nessun  ganimede la vuole più, e nemmeno le belle donne.
   “Dammi un Campari rosso, va. Bello carico”.
   “Cambiamo canale pure noi?”
   “Cambia, cambia”.
   Il tempo ha la sua biochimica molto rigida, un calciatore sotto spirito non la regge tutta la partita. E la serietà della caffettiera dice che il caffè non va sprecato con chi  invece preferirebbe la camomilla.
   “Una patatina ora, mister?”
   “Ma che cazzo! Dammi un altro bicchierone di Campari rosso. Bello carico che mi voglio scordare tutti i piccioni.”
   I bar in Italia stasera hanno chiuso tutti prima, il caffè per star su la notte non l’ha voluto più nessuno. A una certa età è sempre meglio andare a letto presto. Si evita il freddo, le brutte compagnie, e pure i giocatori della nazionale scongelati e bolliti per cena.
    Ci siamo messi tutti a vedere film d’amore stanotte in Italia. A leggere i libri di poesia, qualche bel romanzo. Soprattutto quelli di Borges e di Bolano’s.
   “Minchia!Ma ve la siete presa così a male per la batosta allora voi italiani?”
   “Cazzo sì! Ci abbiamo un governo ladro che non ci azzecca nemmeno una nazionale di calcio decente al campionato del mondo!”
   “Minchia, ci avete proprio ragione”.
   “E domani comincia pure l’estate e non sappiamo nemmeno che metterci!”

    Costa Rica, Costa Rica. E’ proprio rica la Costa Rica. Puttana miseria!

GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
                                                                        20 giugno 2014

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014


sabato 21 giugno 2014

SPINOZA BATTE GLI SPAGNOLI 5 A 1 (Sulla partita Olanda - Spagna)

Spinoza ritratto come Masaniello.

SPINOZA BATTE GLI SPAGNOLI 5 a 1
(Sulla partita Olanda – Spagna)

   L’esercito di Cortez si trovò davanti inopportunamente l’”Etica” di Spinoza e d’improvviso battè precipitosamente in ritirata. Senza nemmeno lasciare il tempo ai facchini di spedire una cartolina di saluti ai cugini, senza avere tempo nemmeno di mangiarsi una cioccolata, di pulirsi le scarpe e di vedere l’ultimo film tremulo di Almodovar. “La Gazzetta dello Sport” non ci credeva nemmeno lei a quel che era accaduto.
   I risultati delle partite del campionato del mondo in Brasile sembrava che avessero sballato tutte le loro righe per quel giorno.
   Spinoza si bevve il suo bravo bicchiere di latte spirituale senza zucchero con cui poteva campare ancora per altri 3000 anni.
   Poi si fece pure intervistare alla radio e alla televisione olandesi. Manco a credersi nemmeno gli inglesi avevano guadagnato manco mezzo scellino a tutte le scommesse di quella partita e questo la dice proprio lunga di come avevano tirato al pallone quel giorno gli arancioni. Da mandare all’aria tutte le scrivanie dei giornali sportivi di tutto il mondo.
   L’esercito di Cortez se ne sarebbe rimasto in ritirata per almeno quattro settimane ancora. Tutti  i gol di Spinoza saltarono da un angolo all’altro per tutto il mondo. Per secoli andranno ancora a quello stadio per farsi quattro risate sugli spagnoli vita natural durante. Onestamente moltissimi hanno goduto a più non posso.
   Il giorno dopo non fa venduto un solo giornale sportivo per tutta la Spagna. Ci incartarono solo il pesce i pescivendoli con la faccia stordita e arrabbiata. Solo Salvador Dalì non pianse ma rise di gusto:” Caproni, come avete potuto mettervi contro Spinoza senza manco aver letto un solo suo rigo?”, disse.

   Spinoza invece disse:” Io non giudico, capisco. E ve ne accorgerete quando tirerò l’ultimo calcio di rigore del campionato, quando la  commedia sarà finita anche qui in Brasile. Ma per dire la verità la commedia non finisce proprio mai!”
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014


VIVA L'URUGUAY (Sulla partita Inghilterra - Uruguay)

Juan Carlos Onetti, e la sua macchina da scrivere

VIVA L’URUGUAY
(Sulla partita Inghilterra- Uruguay)

    Nemesi. Nemesi. Nemesi. Il campionato del mondo di calcio lo inventarono una volta in Uruguay. L’Inghilterra non ci volle partecipare perché ritenevano che i sudamericani manco sapessero giocare a pallone. Troppo ignoranti, troppo stupidi, e soprattutto troppo poveri. Neanche l’Italia ci volle partecipare perché riteneva quei popoli troppo lontani, politicamente nulli, quasi insignificanti. Poi qualcuno andò da Mussolini e gli disse:
    “Duce, ma gli italiani sanno giocare bene a calcio.”
    “Dici?”
    “Sì, Duce.”
    “E allora partecipiamo pure noi a sto cazzo di campionato del mondo di calcio.”
     E fu così che l’Italia cominciò a partecipare e vinse i suoi primi due campionati mondiali.
    Io non mi ricordo più cosa mi ricordo meglio dopo questa recita. Ma i geni sono sempre pieni di spirito. Comunque l’Uruguay ha il padre spagnolo e la madre italiana. Me lo disse Juan Carlos Onetti quando una volta mi parlò del Baal argentino che gli piacciono tutte le donne belle, soprattutto quelle povere e così si riempie le tasche d’oro e requisisce tutte le notti a disposizione per truccarle poi con la sua barba mediorientale. I vezzi degli uomini gonfi d’oro sono tutti strambi e male ordinati.
    Suarez comunque ha un castello in Uruguay tutto fatto di semi di pomodoro e lì abita ancora pure Juan Carlos Onetti e tutte le sue idee elette, da chi non importa.
    Il teatro in Uruguay è sempre fatto di cruda realtà e i suoi sentimenti sono atleti con tanto di regolamento dostoevskijano. Sanno leggere la Bibbia , scrivere il Talmud e masticano l’antica matematica di Pitagora come foglie di tabacco d’argento sempre fresche.
    “I maccheroni come li cucinano là?”
    “Con l’acqua che gli basta, sugo condito di mare e pasta fresca di nuvole. Condimenti di povertà contadina e volontà di titani. La crema a fine pasto non manca mai. Ti interessa?”
     “E’ sempre una patria lontana pure l’Uruguay.”
     “Tanto ci è andato pure Campana. E non mi risulta che ci aveva il biglietto.”
     “Non ne aveva bisogno. Era un poeta.”
     Cavani invece è uno spadaccino di casa risparmiosa. Frequenta bettole ben frequentate infatti ci va pure lui. Ha capelli fluenti e così gli piace pure a lui  correre nel vento come un antico guerriero Acheo.
    “Catenaccio e contropiede. E’ un secolo quasi che quelli si divertono così.”
    “Sono intelligenti come gli italiani ma non così stupidi da essere troppo furbi.”
    A Juan Carlos Onetti gli hanno fatto un miliardo di ritratti, l’occhio sbircioso e la mano sdegnosa. Ha avuto mille fidanzate ma non era così triste da spararsi almeno una volta. La carta era la sua sposa e ha passato la vita con quella. In televisione commentò una volta una partita di calcio dell’Uruguay ma disse che c’erano così tanti tifosi allo stadio  che era meglio rimandare alla partita successiva il suo commento metafisico.
      La partita successiva disse solo:
    “Viva l’Uruguay!”, e se ne andò per sempre in Spagna altrimenti lo ammazzavano per una questione di caporali.
     La folla gli rispose:
    “Viva l’Uruguay!”, e lo lasciò partire.
     La cosa finì lì.
    “E’ meglio attaccare da destra o da sinistra?”
   “Attacca pure da dove vuoi, l’importante è che fai gol.”
   “Io preferisco da dove si fa gol agli inglesi”.
   “Pure io”.
    Rodriguez è un grande maratoneta e torna sempre correndo a Atene per gridare che i Persiani  sono stati battuti, intanto fa tre o quattro gol a partita per tener contenti i suoi compaesani eccitati che vengono dalla provincia nella capitale a cercare le solite raccomandazioni.
   “E il modulo migliore?”
   “E’ quello lì”.
   “Quale?”
   “Quello che fa gol agli inglesi”.
   “Mi va bene”.
   “Ci hanno sempre così fottuto con i loro dannati frigoriferi per la carne, questi dannati inglesi”.
   Rodriguez si allena sempre al mattino a correre, a sera si perfeziona al biliardo per metterla sempre dentro perfetta.
   “Ancora corri, Rodriguez? La partita è finita. Gli inglesi sono battuti.”
   “Sei sicuro?”
   “Sì, l’arbitro è un pezzo che ha fischiato la fine della partita”.
   “Minchia, e io che gli volevo fare ancora un altro gol!”
   Rodriguez ha il cuore buono ma nessun pezzo d’oro in tasca, l’Uruguay gli vuole bene così, con la sua faccia di cameriere peones. E infatti gli inglesi li ha serviti a puntino.
   La notte lui non dorme e si fa un bicchierino di rhum  di pirata cubano. Nell’ intervallo sogna altre mille partite vittoriose contro gli inglesi e la sua corsa a cento kilometri all’ora verso la porta. Il portiere inglese è uscito ad ascoltare un discorso della regina e per caso non si trova mai lì. Suarez pensa sempre che la partita con gli inglesi sia sempre in corso, è il suo modo di manifestare l’alta razza del suo cuore di potente goleador.
   L’Uruguay ha sempre una tempesta per la testa e la logica non sa proprio dove sia di casa.
  Forse in Inghilterra, ed è per questo che forse hanno perso.
  Kakill al mio paese è un venditore di salami e formaggi, e ci ha pure un grosso camion. Non sto scherzando, potete controllare, è sempre lì il mercoledì mattina, in piazza Kolbe a Acquaviva delle Fonti, in Puglia.
    E me lo trovo lì, in una partita del campionato del mondo di calcio in Brasile a marcare Rodriguez. Non credo proprio che abbia venduto un solo salame e penso che manco con il formaggio gli sia andata meglio. Non ha incassato proprio nulla e se n’è tornato a casa con le pive nel sacco.
   Gli inglesi che ci hanno tutti gli idoli d’oro di questo mondo, potere pure e denaro a più non posso nel pozzo senza fine della Banca d’Inghilterra, con l’Uruguay hanno invece caricato tutti gli asini di mazzate e hanno ritirato a bordo la passerella della loro corazzata. Hanno fischiato la sirena e il buon Rooney ha detto:
   “Beh, dopo tutto, dopo tanti anni se lo meritano proprio, che siamo proprio noi inglesi a dir loro che l’Uruguay è una terra di campioni di calcio”.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

da "LA PALLA E' TONDA" racconti, Acquaviva 2014





venerdì 20 giugno 2014

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo LA PALLA E' TONTA racconti ACQUAVIVA



    "Il calcio è l'unica mistica rimasta che lega l'uomo contemporaneo alla sua comunità, e non a caso alcuni parlano di un Dio Pallone. E ogni nazione ormai ha il suo."
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

racconti divertimenti
sull'attuale campionato del mondo di calcio
in Brasile,
e su alcuni miti del calcio mondiali
diventati parti importanti
del nostro immaginario collettivo nazionale
e no.

lunedì 16 giugno 2014

ANGELICO



ANGELICO

    C'era una volta un pittore che pensava che una volta stato ragazzino si era ragazzino per tutta la vita. Il guaio era per quelli che dicevano che una volta erano stati ragazzini ma che invece non era vero proprio per nulla. Semplicemente mentivano. Mentire non costa niente, praticamente si slacciano liberi tutti i cani del proprio divertimento e poi accade tutto quello che si vuole, anche che quei cani si mettono a volare colorati tutti di verde con striature d'oro.
    Una volta ho conosciuto in Brasile, grandiosa banderuola di un sole vero che gira a ogni vento che ne abbia voglia, patria vera di infinite cioccolate, proprio sul confine dell'Etna in Sicilia, un ragazzino di 10 anni, con uno sguardo di centravanti astuto e impossibile. L'atleta di forte fantasia si chiamava Angelico, come un re fiorentino di periferia rinascimentale, occhietti dolci come mandorle, i capelli di angelo, gambe lunghissime, maglia verde-oro di ordinanza. Angelico era un ragazzino bellissimo. Già titolare di una ditta di colori futuristi che non ammettevano resti nè spiccioli. Tutti lo volevano nelle colonie a mare della Liguria e del Portogallo, ma lui cortesemente ma fermamente rifiutava, aveva sempre da giocare a pallone al parco Cassoni proprio dietro la fabbrica della Nutella di Milano. 
    Angelico era sempre spettatore e giocatore delle proprie partite, ora faceva il portiere e parava tutto, ora faceva il centravanti e la buttava dentro ogni volta che la toccava. Era un predestinato, per il resto mangiava con piacere le lasagne, la pasta strapazzata e la pizza margherita. Poi era un vero campione con le sue due pistole a acqua, praticamente li faceva fuori tutti con bagnarole e bagnarole di acqua di risciacquo di magliette azzure della nazionale. Rideva sempre, tanto che anni prima suo padre lo chiamava: "piccolo Buddha ride", ci aveva pure scritto un miliardesimo dei libri suoi, ma perduto sfortunatamente in altri gironi danteschi dei campionati del mondo passati. E uno che ride sempre è anche felice e se la diverte alquanto anche con i migliori professori e maestri del pianeta. E qui, essendo in Brazil, si rimaneva ragazzini proprio di professione, con tanto di salario e di previdenza sociale. Anche Salomone riteneva accertati e confermati tutti quanti i suoi proverbi, nessuno escluso. Così veniamo a scoprire che anche la tristezza può essere una professione, ma come si può intuire molto facilmente anche i cani verdi volanti di cui prima sanno che è in effetti è anche una professione molto molto molto triste. Ma un principino è un principino e gli tocca ridere di continuo in pieno Rinascimento. Per Amleto è diverso, primo perchè è danese e non toscano e poi mai guarda il calendario a vedere che prima o poi arrivano pure le vacanze di Pasqua, e particolare non trascurabile, anche quelle estive.
    Angelico è un ragazzino a vita. Gioca alla staccia, alle palline di vetro, ai gormiti, a pallacanestro, a nascondino, a pallone, e a tanti altri giochi che non si ricorda mai perchè come tutti i ragazzini allegri è un perfetto scordarolo, cioè si scorda tutto due minuti dopo che l'ha fatto.
    "Angelico, passa, minchia! Tutti tu li vuoi fare i gol?", gli urla sempre Faizan, suo compagno fedele di squadra, là sui contrafforti amazzonici.
    "Gol! Gol! Gol!", grida invece Angelico, correndo con la sua lunga chioma bionda al vento, come un perfetto Acheo in trasferta, qui, in questo misterioso deserto dei barbari. Peggio per loro!
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO