regala Libri Acquaviva

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venerdì 26 settembre 2014

QUELLA VOLTA CHE HO INCONTRATO MARC CHAGALL

    Io l'ho incontrato una volta Marc Chagall. Era il 1976. A Milano, davanti alla Stazione Cadorna. 
    Era lì, fermo, ad aspettare qualcuno. I capelli bianchi, il viso atteggiato a un indefinito sorriso, lo sguardo sottilmente un pò beffardo. Lo riconosco subito anche se è la prima volta che lo vedo.
    Mi avvicino.
    "Maestro", gli dico.
    Se non è lui mi guarderà al minimo molto strano.
    Invece il suo sorriso istintivo si allarga d'incanto. Gli sorridono forte anche gli occhi e gli luccicano d'improvviso.
    "Bonjour, mon ami", mi dice.
    Ho per caso per le mani proprio un suo libro preso in prestito alla Sormani.
    "Me lo firmi, Maestro?", gli dico.
    Lui mi sorride ancora e mi chiede come mi chiamo. Dà un'occhiata fuggevole al libro, una raccolta italiana dei suoi dipinti.
    Apre le prime pagine e scrive con una biro blu normale che gli ho dato.
    "A mon petit frere Joseph. Marc Chagall"
    Mi restituisce il libro e la biro.
    "E' Chagall. E' Chagall. E' proprio lui. Il mio grande maestro", penso fra me e me pieno perso di una gioia furiosa e incontenibile.
    Mi viene un'idea, la dico appena la penso.
    "Maestro, ci facciamo una foto assieme? Nessuno mi crederà mai che ho incontrato il grande Marc Chagall", dico.
    "Oh, oui, oui. Oh, la fotografia. Questa scintilla di illusione che ha l'uomo di poter finalmente fermare il tempo. L'arte invece vuol fermare perfino l'amore", dice, dolcemente, prendendosi delle lunghe pause. "Lo sai che io per un pelo non ho fatto il fotografo nella mia vita? "
    "No", dico io.
    "Eh, oui, oui. Quanti anni son passati".
    Un velo di malinconia gli attraversa lo sguardo, ma è solo un attimo, subito mi sorride di nuovo.
    "Oui, oui, poi infine per fortuna la mia passione l'ha avuta vinta". 
    Cerchiamo un fotografo. Non lo troviamo. Poi d'incanto appare uno studio, lì sulla piazza. Entriamo, chiedo una foto. Il fotografo, un tipo con lo sguardo spento e un pancione aguzzo ce la fa distrattamente. Come due clienti qualsiasi. Io sono un cliente qualsiasi, ma lui è Marc Chagall.
    Quella foto. L'ho custodita così gelosamente. Così gelosamente che non la ritrovo più. Chiusa in un libro tra le decine di migliaia che ho.
    Io troppo serio e posato, lui leggero come una nuvola, sorridente come al solito, la testa un pò inclinata sulla sinistra.
    Torniamo all'ingresso della stazione.
    Un gruppo di persone già l'aspettano, una decina tra giovani e anziani.
    Gli si serrano attorno.
    Lo assediano con i loro fitti discorsi.
    Io rimango estraniato, già lontano per conto mio.
    "Un momento!", dice lui d'un tratto voltandosi. "Devo salutare il mio mon petit frere".
    "Adieu, mon petit frere Joseph", mi dice e si avvicina a me a stringermi la mano. "Non ti scordar di me", mi dice in italiano.
    "Ciao, mio Maestro", gli dico con gli occhi velati di commozione.
    Lui se ne accorge, sorride dolcemente, mi accarezza di sfuggita la mia foltissima barba nera.
    "Bonne chance", mi dice e mi sorride ancora.
    Se ne va verso il Castello.
    Resto a guardarlo con attorno il suo codazzo finchè non lo perdo di vista verso il Castello.
    Quel libro della Sormani sono stato tentato di non riportarlo più indietro. Poi ho deciso, ho strappato la dedica e l'ho riportato. 
    La dedica mi appare ogni tanto, curiosando tra le mie carte più preziose.
    "A mon petit frere Joseph. Marc Chagall".
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO  




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